Pappagalli nel mondo

Psittacosi

Psittacosi

La psittacosi è una malattia che è stata diagnosticata per la prima volta nel 1820 in un pappagallo, e per questo motivo battezzata con riferimento agli psittacidi. Tale malattia tuttavia non è peculiare degli psittaciformi, ma è osservabile nei polli, nei piccioni, nelle anatre, nei canarini, nei passeri e nei gabbiani, oltre che in un gran numero di mammiferi come gatti, pecore, scimmie, conigli e vitelli. Sarebbe dunque più corretto chiamarla ornitosi, dato che il maggior numero di caso si verifica tra gli uccelli.

Tale malattia è in grado di trasmettersi dagli animali all'uomo, ed è quindi definibile come zoonosi. Nell'uomo infettato i sintomi sono assimilabili a quelli della polmonite.

La psittacosi è causata dal batterio Chlamydia psittaci.

I sintomi nei pappagalli malati sono arruffamento del piumaggio, tremori, letargia, inappetenza, depressione, scolo nasale ed oculare (congiuntivite) e grave diarrea. Le feci hanno aspetto gialloverdastro, indice di sofferenza epatica. La morte sopraggiunge generalmente in 8-15 giorni.

Il periodo di incubazione del contagio in una colonia di pappagalli è molto difficile da stabilire, poichè molti soggetti possono convivere in maniera asintomatica con questo agente patogeno.

La diagnosi viene effettuata attraverso l'esame delle feci oppure tramite l'analisi del sangue, identificando gli anticorpi specifici.

La clamidia è sensibile all’uso degli antibiotici, in particolare della tetraciclina e dell'aureomicina. In presenza di soggetti infettati dalla malattia è necessario sottoporre tutti gli animali dell'allevamento ad una quarantena e sotto terapia antibiotica a base di tetraciclina per circa quaranta giorni.

La miglior forma di prevenzione rimane la buona igiene dell'ambiente in cui vivono i pappagalli.